Dal 1955

Salento


Salento

In Puglia si usa dire che il Salento sia la California d’Italia. Il paragone non è azzardato: l’area del ‘tacco’ della penisola è solare, balneare, vitale, temperata, gentile e bella. Insomma ha proprio le virtù per essere una destinazione perfetta. Infatti, se la Puglia ha avuto un boom di visitatori negli ultimi anni, è prima di tutto grazie a quest’area. (more…)


Marina di Ugento

Situato su un colle ad un’altezza di 108  metri s.l.m., Ugento è posizionato a sud-ovest da Lecce, dal quale dista poco meno di 60 km. La Marina di Ugento, meta ambita dai turisti, appare come un antico borgo difeso dal Castello medioevale. Il centro abitato sorge in parte su una piccola altura, sito dell’antica Ozan (Uxentum in latino), importante città messapica, e si estende verso il mare, la sua marina, San Giovanni. È sede della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca ed è stato dichiarato città d’arte e località ad economia turistica.

All’interno della città si trovano antiche mura messapiche, il Palazzo Vescovile e la splendida Cattedrale di Santa Maria Assunta,  realizzata agli inizi del XVIII secolo sullo stesso sito in cui sorgeva l’antica chiesa gotica, distrutta dall’incursione saracena del 1537.

Altre mete turistiche appartenenti alla Marina di Ugento sono Torre San Giovanni, moderno centro turistico ove è presente l’antico porto romano di Uxentum e una stazione preistorica dell’età del ferro sita di fronte all’isola “delle Pazze”, Torre Mozza, centro balneare, caratterizzato da lunghe distese sabbiose e da un mare cristallino, e dal Lido Marini, una zona apprezzata per il suo “angolo verde” e per i suoi lunghi arenili di sabbia fine e dorata.

Marina di Ugento - Torre San Giovanni

Marina di Ugento – Torre San Giovanni

Marina di Ugento - Spiaggia di Lido Marini

Marina di Ugento – Spiaggia di Lido Marini


Castro e dintorni

Storicamente chiamata Castrum, dal latino fortezza, in quanto in epoca romana sorgeva un insediamento con il nome di Castrum Minervae, la cittadina marina di Castro rappresenta attualmente una delle località più ambite dai turisti.

Con soli 4,44 km² di estensione superficiale, il territorio comunale risulta essere il più piccolo comune per superficie dell’intera Puglia. È morfologicamente caratterizzato da un territorio pressoché ondulato con pochi spazi in pianura che si alternano a modesti rilievi digradanti verso il mare e raggiunge il punto più elevato (131 metri s.l.m.) con il Monte Mattia. Sulla costa sono presenti molteplici grotte marine aperte ad escursioni in barca e immersioni, la cui più famosa è nota come la “grotta Zinzulusa”, unico sito carsico italiano tra i dieci mondiali segnalati dal KWI come meritevole di tutela. Esistono inoltre altre grotte, come la grotta Romanelli, la grotta Azzurra e la grotta Palombara.

Castro è inoltre particolarmente famosa per la Cattedrale dell’Annunziata, a croce latina, costruita nel 1171 probabilmente sulle rovine di un tempio greco e per l’imponente castello aragonese, costruito nel XIII secolo sui resti di un edificio bizantino.

Circa 10 km a nord lungo la costa sorge la località di Santa Cesarea Terme, particolarmente nota per le sue preziose acquee termali. La piccola cittadina vanta numerose e immense ville in stile Liberty, risalenti al periodo in cui andare alle terme era un’attività molto di moda, soprattutto per la classe benestante.

Castro

Castro

Santa Cesarea Terme

Santa Cesarea Terme


Santa Maria di Leuca

Santa Maria di Leuca, una frazione di poco più 1000 abitanti del comune dei Castrignano del capo (provincia di Lecce) è una rinomata località turistica che individua il punto più meridionale del “tacco” dello stivale italico, zona ribattezzata anticamente dai romani come finis terrae, la fine della terra, e il punto esatto è segnalato dalla Basilica Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, costruito sopra un tempio romano dedicato alla Dea Minerva, ormai divenuto un’importante luogo di pellegrinaggio.

Più precisamente per Santa Maria di Leuca si intende il lembo di costa posta sopra il promontorio dove è presente la Basilica e il faro, mentre la zona posta ai piedi del promontorio, compresa tra punta Mèliso ad est e punta Ristola ad ovest, estrema riva meridionale del Salento, individua la Marina di Leuca.

Sempre a punta Mèliso viene posto, secondo una convezione puramente nautica, il punto di separazione tra il Mare Adriatico e il Mar Ionio, anche se in realtà, il confine ufficiale, oltre che naturale e storico, fra i due mari è dato dal Canale d’Otranto.

Leuca è una cittadina turistica famosa soprattutto per le ville ottocentesche in stile gotico e Liberty, che la rende località vacanziera per antonomasia. Particolare importanza rivestono anche le grotte marine, quali, Le Grotte di Rada, note anche come grotte del Diavolo, Le Grotte di Ponente, note come grotte del Fiume o Sparascenti, e Le Grotte di Levante, note come grotte di Terradico o degl’Indiani, visitabili in estate mediante delle escursioni in barca.

Santa Maria di Leuca

Santa Maria di Leuca

Porto di Leuca

Porto di Leuca


Porto Cesareo

Anticamente chiamata “Sasinae Portus”, Porto Cesareo è una affascinante cittadina del Salento situata sul Mar Ionio, a soli 26,7 km dal capoluogo provinciale.

Sovente nei periodi estivi è data la presenza di turisti per le sue acque cristalline con formazioni coralline e multicolori ed acqua eccezionalmente limpida, mare che ricorda per alcuni tratti zone caraibiche. Difatti il suo litorale, caratterizzato da baie, dune ricche di vegetazione mediterranea, scogli e isolotti, si articola in cale sabbiose alternate a tratti di scogliere basse. Rivestono particolare importanza due isolette, l’Isola Grande, detta anche Isola dei Conigli ricoperta da una folta pineta di Pini d’Aleppo e di acacie, e l’Isola della Malva.

Lo straordinario interesse biologico per i fondali del litorale cesarino, che offre nelle zone sabbiose la cosiddetta prateria sommersa di Posidonia oceanica e nelle aree rocciose il coralligeno multicolore, ha contribuito all’istituzione dell’Area naturale marina protetta di Porto Cesareo.

Particolare interesse riveste anche il fondale antistante Torre Chianca dove ad una profondità di circa 5 metri, si possono scorgere sette colonne di marmo cipollino parallelamente affiancate, rinvenute nel 1960 e ipotizzate perse da una nave durante un naufragio.

Il litorale cesarino è inoltre arricchito dalla presenza di quattro torri d’avvistamento costruite nel XVI secolo per proteggere la penisola salentina dalle invasioni nemiche: Torre Cesarea, Torre Lapillo, Torre Chianca e Torre Castiglione; di quest’ultima restano solo alcuni ruderi in quanto abbattuta durante la Seconda guerra mondiale.

Porto Cesareo

Porto Cesareo

Porto di "Porto Cesareo"

Porto di “Porto Cesareo”


LECCE

“Tutto quello che è caratteristico dell’architettura di Lecce, risulta dalla fusione di questi 3 grandi elementi: il nuovo spirito di rinascenza, penetrato lentamente in questa remota città; gli invincibili ricordi del Medioevo che stavano intorno alle sue porte; e la lunga dominazione spagnola…”

E’ questa la sintesi di Lecce che Martin S. Briggs, viaggiatore inglese dei primi del Novecento, fa nel suo libro intitolato Nel tallone d’Italia. Briggs coglie alcune caratteristiche essenziali della città, ma naturalmente – come si vedrà – Lecce è una realtà complessa, un prisma che presenta molte facce.

Capoluogo di provincia e del Salento, con circa 95.000 abitanti, la città sorge all’estremità sud-orientale della Puglia, fra il mare Adriatico e il golfo di Taranto. Per lungo tempo è vissuta in uno splendito isolamento, fuori dai grandi itinerari turistici. Sorte ingiusta, dovuta a varie cause che non andiamo a ricercare; sorte cambiata solo a metà dell’Ottocento, con la ripresa dell’economia, l’intensificarsi dei traffici e una rivalutazione generale del contesto cittadino.

Lecce si propone oggi come una città ricca di risorse; basti pensare all’università, al teatro e alla musica solo per citarne alcune. Ma soprattutto è consapevole di essere erede di un patrimonio artistico e architettonico senza uguali. E’ sufficiente passeggiare per le vie del centro storico per rendersi conto di come il passare del tempo abbia potuto fondere e mescolare stili e forme, solo apparentemente diversi, restituendo al visitatore sensazioni di grande armonia e pulizia di forme. Predomina l’eredità di Carlo V, il Seicento spagnolesco, lo stile barocco, segnatamente quello che gli studiosi chiamano “barocchetto” leccese, diverso dai barocchi che si sono imposti in altre città. La diversità è data dal tocco, dalla ricchezza dello stile, che rifulge soprattutto nei palazzi e nelle chiese; ma è determinata anche dalla materia prima usata dagli artisti lapidei. Qui è la celebre “pietra leccese” o “leccisu”, pietra tenera e facilmente lavorabile, che in pochi anni assume un colore giallastro e si ricopre di una patina resistente più delle altre all’azione del tempo: per questo, i monumenti e e le opere del barocco leccese si sono mantenuti nei secoli e oggi si possono ammirare in tutta la loro bellezza.

In questa città, che non a caso è stata definita “La Signora del Barocco” e “La Firenze del Sud”, le forme artistiche hanno abbandonato i canoni classici e tradizionali, per seguire la fantasia più sbrigliata, il colorito, il formoso, l’esuberante, il bizzarro.

Il visitatore attento noterà che le vie, le piazze e le piazzette del centro storico sono intitolate ai grandi nomi del passato: dal mitico fondatore Malennio, all’eroe greco Idomeneo, alla bella Euippa, a Tancredi, a Boemondo, a Federico d’Aragona.

Il dialetto leccese, caratterizzato dai toni cortesi e dalla cadenza musicale, si differenzia dalle altre parlate pugliesi – generalmente dure e grevi – per assumere uno smalto tutto particolare, che ben si accompagna alla gentilezza e alla cordialità dei cittadini.

La cucina di Lecce,  e più in generale del Salento, è semplice ma genuina e gustosa. Il sapore delle varie pietanze è arricchito dall’uso sapiente delle spezie tipiche della macchia mediterranea (salvia, menta, origano e rosmarino). Le verdure e i legumi sono generalmente cucinati in apposite pentole di terracotta, conditi con ottimo olio di oliva e serviti con le cosiddette friseddre (pane tostato e biscottato). Tra i piatti tipici una pur breve carrellata non può dimenticare il rustico leccese (pasta sfoglia ripiena di mozzarella, besciamella, pomodoro, pepe e noce moscata); la puccia, pane di grano duro farcito o con impasto di olive nere. Tra i primi: le lagane con ceci, le lavagnette fatte in casa, la minestra di fave e carciofi. Tra i piatti a base di pesce: alici in tortiera, cozze alla leccese, triglie al cartoccio. Tra i piatti di carne l’agnello in agrodolce e il castrato in umido. Tra i dolci spicca il cosiddetto pasticciotto, ma numerose sono le specialità a base di mandorla, come ad esempio le cupete. Per i vini c’è solo l’imbarazzo della scelta: Negramaro, Salice Salentino, Primitivo di Manduria, Aleatico, Matino, Salento, Terra d’Otranto, Moscato del Salento.

Arco di Trionfo di Carlo V – Porta Napoli

Porta Napoli

Porta Napoli è la più bella fra le porte d’ingresso della città. Nota anche come Arco di Trionfo di Carlo V, la porta sorge maestosa nell’omonima piazza. Essa fu disegnata da Gian Giacomo dell’Arcaja ed eretta nel 1548, sul posto ove prima sorgeva l’antica porta di San Giusto. La magnifica struttura, alta circa 20 metri, fu dedicata all’imperatore Carlo V; la cittadinanza di Lecce volle così ringraziare il sovrano, per le opere di fortificazione – in particolare le mura di cinta – fatte costruire per la difesa della città.

L’arco, uno dei più belli d’Italia, è in stile corinzio ed è fiancheggiato ad una coppia di colonne per lato, con capitelli compositi, che reggono un frontone triangolare. Su quest’ultimo sono scolpiti trofei di guerra e l’acuila bicipite, stemma dell’Impero austro-spagnolo.

Castello Carlo V

Castello Carlo V

Alla metà del Cinquecento, l’imperatore Carlo V decise – per il Salento – tutta una serie di opere di difesa. Esse erano intese a contrastare le continue e sanguinose scorrerie dei prati saraceni e, più in generale, a frenare le mire espansionistiche dell’Impero Ottomano. A Lecce, l’incarico di riprogettare il sistema difensivo – costituito dalle mura e dal castello – fu affidato al geniale architetto militare Gian Giacomo dell’Arcaja. In questo  quadro, nel 1539 ebbe inizio la costruzione del Castello, poi chiamato di Carlo V. Ne usci il Castello vasto e spazioso, come oggi lo vediamo: una grande opera militare , poderosa e imprendibile, a forma di trapezio, con quattro baluardi a punta di lancia: la struttura – formata da due corpi concentrici separati da un cortile – è munita di mura massicce e circondata da un fossato largo e profondo, ed ha due soli ingressi a ponte levatoio.

Cortile Carlo V

Delle due porte, una è ora murata. Un lungo corridoio sotterraneo, che è alla stessa altezza del piano fossato colmato nel 1872, girava lungo tutta la cortina e collegava le casematte dei quattro bastioni angolari.

L’interno contiene ancora le opere di difesa precedenti come il mastio del conte Accard, mentre i grandi saloni interni sono oggi utilizzati per manifestazioni istituzionali e culturali.

Basilica di Santa Croce

Basilica di Santa Croce di Lecce

Annessa al Palazzo del Governo, la Basilica di Santa Croce è condiderata il simbolo del “barocco leccese”. Su progetto di Gabriele Riccardi, la sua costruzione ebbe inizio nel 1549. I lavori durarono quasi 150 anni.

“La facciata di Santa Croce – scrisse Guido Piovene – gronda di ornati  e molti descrittori non si stancano di scoprirvi particolari, le aquile, i draghi, le scimmie, i santi, i turchi, le colonne tortili, le balaustre a trafori, i riccioli, i fiori, le frutta, i nastri svolazzanti”.

Il Duomo

duomo-lecce

Dedicato a Maria SS. Assunta, il Duomo di Lecce sorge sulla piazza omonima ed è il centro della vita religiosa cittadina. Un primo edificio fu eretto nel 1144, un secondo nel 1230. ll tempio attuale fu costruito fra il 1659 e il 1670 per opera dell’architetto e scultore leccese Giuseppe Zimbalo, il quale lo disegno con lo stile barocco allora in voga in tutta ltalia. Committente fu il vescovo Luigi Pappacoda, grande promotore dello sviluppo architettonico di Lecce.

Porta Rudiae

porta rudiae

Detta popolarmente “Porta Rusce”, Porta Rudiae fu eretta nel 1703, da Giuseppe Cino, sulle rovine di una porta quattrocentesca qui esistente. Il suo nome deriva dal fatto che essa è rivolta verso l’antico centro messapico di Rudiae, distrutto nel X11 secolo da Guglielmo il malo.
Maestosa e ricca di motivi, di volute e di fregi, la porta è sormontata da una bella statua di Sant’Oronzo, che benedice la città di cui è patrono e che sovrasta l’epigrafe in cui si narra l’origine mitica di Lecce. A destra e a sinistra del Santo, in posizione leggermente più bassa, stanno le due statue di Sant’lrene e San Domenico.

Anfiteatro Romano

Anfiteatro_romano_Lecce

Scoperto agli inizi del Novecento, l’Anfiteatro si trova in Piazza Sant’Oronzo ed e il più importante monumento romano esistente a Lecce. La scoperta fu casuale e avvenne nel corso dei lavori per la sistemazione della Piazza. Superate non poche difficoltà, tecniche ed economiche, i lavori terminarono nel 1938 e portarono alla luce buona parte della struttura originaria.
La costruzione dell’Anfiteatro risale al principio del 11 secolo e, secondo Pausania, fu voluta dall’imperatore Adriano. Dal punto di vista architettonico, ricalca gli anfiteatri di Roma, di Pompei e di Siracusa, ma presenta un maggior interesse per le dimensioni, per la quantità di materiale usato e per l’ottimo stato di conservazione di alcuni particolari: piloni, archi, gradinate, capitelli, tutto è quasi intatto, tutto è colossale. L’edificio fu costruito in pietra leccese e rivestito di marmo bianco e colorato. Era cinto da un magnifico portico, secondo lo schema gia sperimentato a Roma, a Capua e a Verona. L’arena era perfettamente ovale: con una cavea di metri 102 x 83,40 e un’arena di metri 53,40 x 34,60, l’anfiteatro poteva accogliere dai 10.000 ai 15.000 spettatori. La “summa cavea” era ornata con statue e colonne scanalate di cipollino africano.
Sembra che la struttura fosse usata soprattutto per le “venationes”: lo dimostrerebbero i numerosi rilievi che decoravano il podium e rappresentavano scene di caccia e combattimenti tra cacciatori e animali.

Colonna di San’Oronzo

33d Colonna di Sant'Oronzo, Lecce

Costituita da sei rocchi di marmo cipollino africano, la Colonna di Sant’Oronzo domina la piazza omonima, è alta più di ventinove metri e sostiene la statua del santo patrono di Lecce, nell’atto di benedire la città. ll fusto e il capitello provengono da una delle due colonne poste al termine della Via Appia, la strada consolare romana che giungeva sino a Brindisi. Fu proprio la città di Brindisi a darla in dono ai leccesi, in onore di Sant‘Oronzo. La colonna fu realizzata da Giuseppe Zimbalo nel 1681-1686: cosi la citta adempiva al suo voto e ringraziava il patrono per averla preservata dal flagello della peste. La statua originaria – in legno, ricoperta di rame e lavorata da maestri veneti- fu semidistrutta nel 1737, da un incendio causato dai fuochi d’artificio. Essa fu rifatta in bronzo, su disegno di Mauro Manieri, e ricollocata sulla colonna nel 1739, con gran giubilo della popolazione. Recentemente è stata restaurata.

Obelisco

Obelisco-Lecce

L’Obelisco si erge di fronte a Porta Napoli, tra il Viale dell’Università e Via Taranto. Su disegno di Luigi Cipolla, la struttura fu realizzata nel 1822 dallo scultore Vito Carluccio di Muro Leccese, per commemorare la visita di Ferdinando I di Borbone, sovrano delle Due Sicilie.
La colonna, a pianta quadra e di forma piramidale, si assottiglia procedendo dal basso verso l’alto. Sulle quattro facce della piramide sono fregi a bassorilievo che richiamano i capoluoghi dell’antica provincia di Terra d’Otranto (Lecce, Otranto, Brindisi, Taranto e Gallipoli). Sul basamento, sollevato sopra una pedana, è ripetuto lo stemma provinciale, che mostra un delfino mentre azzanna la mezzaluna sullo stemma d’Aragona.


Otranto

Perfetta località di mare dalla storia millenaria, Hydruntum, com’era chiamata Otranto nell’antichità, fu il principale porto italiano verso l’Oriente, e a causa della sua posizione strategica ha avuto una storia molto difficile e spesso sanguinosa.

La città sorge a cavallo dell’Idro, un fiume asciutto dal quale prende il nome; il centro storico è appollaiato su una piccola collina affacciata sulla baia, mentre l’intera città nuova si espande verso nord e ovest, attorno alle imponenti fortificazioni.

La principale attrattiva di Otranto è l’ardito mosaico conservato nella cattedrale romanica, realizzato nel XII secolo sul pavimento, che occupa l’intera navata centrale. Il mosaico è una sorta di visione in Technicolor del paradiso e dell’inferno.

Proprio di fronte alla cattedrale sorge il piccolo museo diocesano, dove è possibile ammirare i segmenti di un mosaico romano del IV secolo che è stato scoperto solo di recente sotto il pavimento del duomo.

Una chiesa totalmente diversa da quella del duomo, è la minuscola Chiesa di San Pietro, ritenuta la cattedrale originaria di Otranto. Ha pianta a croce grega con cupola cilindrica sostenuta da quattro tozze colonne. L’interno conserva affreschi bizantini che sono completamente diversi per stilizzazione da quelli presenti nella Cattedrale Romanica.

A circa 8 Km a nord di Otranto, tra gli elementi naturalistici più prezioni di tutto il territorio salentino, si trovano i Laghi Alimini, due bacini denominati, Fontanelle, di acqua dolce, e Alimini Grande, di acqua salata, quest’ultimo direttamente collegato al mare da un canale. Gli Alimini quindi, costituiscono un’Oasi Protetta.

Otranto è molto conosciuta soprattutto per il litorale immediatamente a nord e a sud della città.

Verso sud, la costa è alta e rocciosa, ricoperta di cactus e macchia mediterranea, torri d’avvistamento e arbusti di ginestre. Continuando lungo la litoranea si raggiunge Capo d’Otranto; il punto più ad est d’Italia, ad appena 75 Km dalla costa Albanese, è segnalato dalla Torre di Serpe: la sezione verticale di quella che fu un serpente avvolto intorno è diventata il simbolo di Otranto. Proseguendo verso l’entroterra è possibile visionare altre suggestive località ottantine.

Se la costa a sud di Otranto è selvaggia e rocciosa, quella sita a nord non potrebbe essere differente. Qui è presente uno dei luoghi più ambiti dai turisti nei mesi estivi: si tratta del tratto di spiaggia sabbiosa della Baia dei Turchi, caratterizzata da acque limpidissime.

Otranto

Otranto

Panorama di Otranto

Panorama di Otranto

Costiera a sud di Otranto

Costiera a sud di Otranto


Gallipoli

Caratterizzata da case bianche con tetti a terrazza, stretti vicoli che si alternano a piazze illuminate da edifici barocchi, ed uno splendido mare, Gallipoli, dal greco Kallipolis – città bella, ha un fascino del tutto particolare che la rende la “perla dello Jonio”.

La città vecchia di Gallipoli sorge su un isolotto controllato anticamente da un castello angioino, collegato alla terraferma da un ponte che la unisce all’area moderna. Il Borgo Nuovo è un’ordinata scacchiera di strade ortogonali, progettata nel 1785, e ultimata solo dopo l’unità d’Italia. Corso Roma, che rappresenta l’arteria centrale della città nuova, divide l’area in due parti, una battuta dal vento di scirocco, l’altra dalla tramontana. Proseguendo invece verso l’estremità dell’isolotto, sul tratto denominato Riviera Sauro, si può ammirare l’isoletta del Campo, lo scoglio della Nova e l’isola di Sant’Andrea. Da qui si può compiere il periplo della Gallipoli vecchia, sopra le mura che racchiudevano la città, ammirando a sinistra la chiesa di San Domenico (o del Rosario), dalla facciata convessa, ritmata da un doppio ordine di lesene, ornate da finestre e nicchie di foggia diversa, e a destra la settecentesca chiesa di San Francesco d’Assisi, con facciata a due ordini, e un portale preceduto da un’ampia arcata.

Sul lungomare Sauro sorge la chiesa di Santa Maria della Purità, costruita dalla facoltosa corporazione dei bastagi, gli scaricatori di porto, nel XVII. Proseguendo si arriva al settecentesco palazzo Tafuri, la cui facciata principale ha un portale e finestre racchiuse in eleganti cornici rococò, per poi raggiungere il ponte che collega la terraferma passando dalla Riviera Colombo.

Panorama del Castello di Gallipoli

Panorama del Castello di Gallipoli

Riviera Sauro - Gallipoli

Riviera Sauro – Gallipoli


Le Fablier – Valori per sempre


Mission

La casa, palcoscenico di emozioni quotidiane, custode di momenti speciali. Sinergia di aspettative e sogni. La casa centro della vita.

Arredare per esaltare il senso estetico, emozionare per valorizzare la filosofia di vita. Le Fablier nelle vostre case è traccia significativa, stile inconfondibile. Eleganza, tradizione e qualità sono il fuoco che alimenta l’atmosfera degli ambienti arredati Le Fablier.

Qualità

Nel 1999 Le Fablier ha ottenuto da ICILA la certificazione del Ssitema Qualità in riferimento alla norma UNI EN ISO 9001; attestato importante che riconosce l’adozione di un sistema che permette di migliorare ed utilizzare tutti i processi aziendali. Oggi per Le Fablier lavorare in Qualità significa la ricerca del miglioramento continuo con l’obbiettivo di offrire un servizio globale sempre migliore.

iso 9001

certificato SA8000iso9001-2

Il certificato di prodotto GOSSTANDART.

La sfida con il mercato estero è un impegno importante che Le Fablier sta affrontando con la fierezza di chi diffonde il Made in Italy. In molti paesi infatti la possibilità di esportare prodotti è vincolata alla necessità di conseguire certificazioni di conformità che garantiscano la rispondenza ai requisiti previsti.

RESPONSABILITA’ SOCIALE

Le Fablier è stato il primo produttore italiano di mobili classici ad adottare la norma SA 8000 (Social Accountability 8000). E’ lo standard volontario, riconosciuto da un Ente terzo a livello internazionale, nel nostro caso il TUV, che attesta il grado di eticità e responsabilità sociale dell’azienda. Per mezzo della certificazione Sa 8000, l’azienda dimostra così il proprio impegno al totale rifiuto di comportamenti lesivi delle dignità personali di tutti gli Stakeholder di riferimento. (i Dipendenti, la Società, le Istituzioni, i Fornitori e i Clienti).

Sutter

Dal leader nella produzione di mobili classici in legno e dal più famoso marchio di prodotti per la cura del legno nasce una nuova operazione di co-marketing.

sutter

Milano, 5 novembre – Le Fablier raccomanda ai consumatori Emulsio Curalegno di Sutter. L’azienda leader nel settore dell’arredamento, che ha saputo coniugare il prodotto della migliore tradizione con le esigenze dell’abitare di oggi, con sutter fa una precisa scelta di campo. E per la cura dei suoi pregiati mobili in legno vuole solo prodotti in grado di nutrirli e proteggrli al meglio. Come Emulsio Curalegno che, grazie alla sua esclusiva formula alla cera d’api, si sposa a perfezione con la qualità e i valori del mondo Le Fablier.

A partire da novembre, dunque, il pack di Emulsio Curalegno, rinnovato nell’immagine, entrerà in distribuzione portando a tutti i consumatori attenti alla qualità dei prodotti della cura del mobile, la garanzia del massimo esperto nel settore: Le Fablier.

“Per i nostri mobili volevamo il massimo”, spiega Michela Barona, fondatrice e amministratore unico di Le Fablier. “Per questo abbiamo pensato a Sutter. Un’azienda con ottimi prodotti specifici per la cura e la protezione del legno. Ma non solo. Sutter è un partner in grado di trasmettere gli stessi valori e lo stesso amore che noi di Le Fablier mettiamo nel nostro lavoro per dare ai clienti una qualità unica che dura nel tempo”.

“Le operazioni di co-marketing sono sempre più presenti tra le grandi marche e apprezzate dal consumatore”, scrive Viviana Fasciolo – Direttore Marketing di Sutter. “E’ per questo che cercavamo a garanzia del nostro prodotto un marchio leader e affermato, con valori forti e coerenti al marchio Emulsio: qualità affidabilità e innovazione. Emulsio Curalegno percorre questa strada presentandosi con un pack moderno e pratico pur mantenendo la qualità formulativa testata e apprezzata dai consumatori. Pensiamo infine che questa attività sia solo l’inizio di una proficua e duratura collaborazione”.

Ambiente

Attenzione per l’ambiente e cura per la salute dell’Uomo sono le direttrici che muovono la progettualità della nostra azienda. Le Fablier opera in questa prospettiva, con impegno e professionalità, controllando tutta la filiera produttiva, dal taglio del legno all’utilizzo, di prodotti non tossici per le finiture; scelte mirate al rispetto dell’ambiente e della qualità della vita.

Le Fablier, per dare maggiore forza e concretezza alla politica aziendale ha raggiunto un obbietivo molto importante: la certificazione UNI EN ISO 14001, Sistema di Gestione Ambientale che, insieme al Sistema di Gestione per Qualità, sottolinea l’impegno per la tutela dell’ambiente e per la qualità dei prodotti.

La firma di Le Fablier

Distingue ogni singolo pezzo originale da qualsiasi imitazione.

Perchè ogni mobile Le Fablier è unico e inimitabile.

Le Fablier marchia a fuoco ogni mobile, così come il cuore della tua casa.

firma


La festa di Sant’ Antonio Abate e La Focara a Novoli


La focara

I giorni del fuoco

La festa di Sant’Antonio Abate rappresenta con la sua monumentale Focara, l’evento clou dell’inverno salentino.
L’iniziativa, che ha radici antichissime, nasce dalla devozione al Santo, e si è sviluppata nel corso degli ultimi anni diventando un vero e proprio evento, atteso e partecipato da pellegrini e turisti, sicuramente di tutta la Puglia, e di buona parte del sud Italia.
Comune di Novoli, Parrocchia Sant’Antonio Abate, Comitato Festa e Pro Loco Novoli, e  numerosi e importanti partner pugliesi e nazionali concorrono alla buona riuscita dell’evento.
Caratteristica peculiare è la maestosa “Fòcara”, elemento della cultura “immateriale”, assunto ormai come simbolo di Novoli.
Monumento unico nella sua magnificenza e grandezza, è un enorme falò di tralci di vite secchi lavorati e sapientemente uniti con tecniche antichissime, che si tramandano di padre in figlio. Il risultato è una pira di 20 metri di diametro e oltre 25 metri di altezza, che non ha pari al mondo.

focarafocara

Questa grande “costruzione agricola” viene accesa la sera del 16 gennaio con uno spettacolo di fuochi d’artificio, e rappresenta il punto di riferimento per gli eventi e le manifestazioni, che durano fino a notte inoltrata. L’accensione della “focara” è il momento culminante della festa e la piazza che la ospita, piazza Tito Schipa, conta la presenza di oltre 60.000 persone. Il flusso di persone è continuo nei giorni precendenti e successivi, e tocca qualche centinaio di migliaia di presenze, divise nelle diverse manifestazioni ed eventi collaterali.

I giorni clou della festa sono il 15, il 16 (vigilia della festa e accensione della focara), il 17 ( giorno del Santo patrono) e il 18 gennaio (cosìddetta festa dei paesani). Oltre alla forza degli aspetti religiosi e devozionali, tante le attività tradizionali e culturali, programmate già a partire da dicembre 2009, e per tutto gennaio 2010. Le tappe di avvicinamento alla festa sono numerose, e si dividono in numerosi percorsi: religioso, culturale, artistico, convegnistico, gastro-culinario, tradizionale.

Origini della festa

La festa nasce il 28 gennaio del 1664, quando Mons. Luigi Pappacoda (vescovo dell’epoca), concesse l’assenso canonico alla supplica dell’Università e del clero e dichiarò S. Antonio Abate protettore di Novoli.

Sant' Antonio Abate

Ogni anno si costituisce un comitato festa patronale che ha il compito di raccogliere le offerte in denaro per assicurare alla festa il miglior successo. In passato si usava chiedere ai novolesi, in prevalenza durante le domeniche, un obolo da utilizzare per l’organizzazione della festa del Santo.

Al “comitato” spettava anche il non facile compito della raccolta del necessario per la costruzione della focara, che spesso iniziava il 17 dicembre, esattamente un mese prima della attesissima festa. Si vedeva perciò, tra i vicoli del paese, il carretto, condotto da un giovanotto che giornalmente raccoglieva legna secca, rami d’alberi, tralci di vite legati in fasci, ma anche oggetti combustibili in disuso, rovinati o rotti (tuttu è buenu pè la focara) che piccoli contadini, grossi proprietari terrieri o semplici cittadini offrivano in devozione al Santo. Un importante documento parla di uno dei primi comitati, quello della festa del 1868, il quale non si formò spontaneamente, ma venne eletto dall’Amministrazione Comunale.

Altre manifestazioni importanti, di carattere religioso, della festa novolese sono la benedizione degli animali e la processione. La cultura popolare attribuisce a Sant’Antonio Abate la facoltà di proteggere tutti gli animali da stalla e da cortile. Il Santo, infatti, secondo la leggenda, fu un porcaro. Nell’iconografia egli è rappresentato con accanto un porcellino e con in mano un bastone con un campanello, utile per richiamare gli animali. Anche questo rito è cambiato negli anni. Nei giorni di festa, negli anni ’40, nel paese girava lu ‘ntunieddru (diminutivo dialettale di Antonio), un maialino con un fiocco rosso al collo che qualche devoto acquistava generalmente alla Fiera di Campi e che girovagava indisturbato nel paese e tra le campagne, mangiando e facendo ciò che voleva. Lo stesso maialino, veniva sorteggiato poi durante la festa.

Santo Antonio Abate

Un’altra manifestazione importante era la distribuzione da parte del parroco dei “panini di S. Antonio”, che avveniva sul sagrato della chiesa. I panini, consegnati ai contadini e agli allevatori, venivano fatti mangiare agli animali malati, i quali, nella maggior parte dei casi, guarivano. La benedizione degli animali avviene, ogni anno, nel primo pomeriggio della Vigilia, prima della processione. Nel piazzale antistante la Chiesa sono molti i novolesi che portano i loro animali domestici (cani, gatti, uccelli, cavalli) per ricevere la protezione del Santo Patrono. La fine della benedizione degli animali è accompagnata da rintocchi di campane e fragorose salve di fuochi d’artificio. Questi segni danno inizio alla processione del simulacro del santo, che si snoda tra le vie del paese. La statua è portata a spalla da devoti, i quali offrono somme abbastanza alte per avere questo onore, e dietro di essa si formano due ali interminabili di folla, che accompagnano il simulacro.

Anche il rito della processione è stato modificato. In passato, infatti, migliaia di uomini e di donne percorrevano, forse per una grazia ricevuta, l’intero percorso della processione scalzi e tenendo in mano dei grossi ceri, formando la lunghissima intorciata (‘nturciata). I “candelotti” avevano un peso di non meno di dieci libbre, e alcuni particolarmente grandi, i sugghi, pesavano oltre cinquanta libbre. La processione continuava la mattina del 17 gennaio con la sola partecipazione dei forestieri che avevano fatto voto, i quali accompagnavano la statua del santo fino alla Chiesa Matrice, dove si teneva il panegirico. Durante questa processione veniva sparata la strascina, una lunghissima batteria che terminava con uno sparo più potente e fragoroso, il quale doveva coincidere con l’arrivo della statua in piazza Mercato, antistante la Chiesa Matrice.

Non si effettua più la fragorosa strascina, ma durante la processione vengono sparati dei colpi isolati con cadenza regolare. L’attuale processione si conclude con il ritorno del Santo in P.zza S. Antonio Abate, salutato da artistiche bengalate e lancio di palloni di palloni aerostatici. Successivamente il Santo rientra nella sua Chiesa e viene riposto sul trono addobbato con vari drappeggi e cornici floreali. La fine della processione porta al momento culminante della festa, l’accensione della focara, il simbolo più conosciuto della festa del fuoco.

Il 18 gennaio è la cosiddetta festa te li paesani, giorno in cui i novolesi, liberi dalla massa di visitatori e pellegrini, si godono gli ultimi momenti della festa. Così, tra le ultime visite alla focara, oramai quasi terminata, e un panino cu li turcinieddri, tra una bengalata in p.zza S. Antonio e i palloni aerostatici, la “festa del fuoco” si conclude con soddisfazione.

La costruzione della focara negli anni

La prima focara, secondo alcune fonti, è attestata nel 1905, quando “una nevicata abbondante imbiancò il falò alla vigilia della festa”. Altre testimonianze nelle quali si fa riferimento al falò sono il 1912 (riportate dal D’Elia), il 1926 (riportate dal Bertacchi), il 1928 (riportate dallo Sbavaglia) ed il 1938 (riportate dal De Leo).

La costruzione della focara inizia all’alba del 7 gennaio, ma l’organizzazione, la raccolta ed il trasporto dei fasci di vite iniziano già ai primi del mese di dicembre precedente, per essere conclusa a mezzogiorno della Vigilia, momento, questo, salutato da una roboante salva e da rintocchi di campane. Il falò è formato da fascine di tralci di vite (sarmente) recuperati dalla rimonta dei vigneti, le quali vengono accatastate con  maestria grazie a tecniche tramandate gelosamente di generazione in generazione. In media per costruire un falò da venti metri circa di diametro per altrettanti di altezza occorrono dalle 80.000 alle 90.000 fascine (ogni fascio è composto da circa duecento tralci di vite, i quali sono legati tradizionalmente con del filo di ferro).

La raccolta delle leune, termine con cui si indicano i fasci donati per la costruzione del falò, inizia, come abbiamo accennato, il 17 dicembre con il trasporto di queste sul piazzale dove deve essere costruita la focara. Fino al 1961 questo rito si consumava davanti al Santuario, poi è stato spostato in p.zza G. Brunetti, per essere nuovamente trasferito nel 1998, per motivi di sicurezza e forse definitivamente, in p.zza T. Schipa. Anticamente l’enorme catasta di legna secca aveva quasi sempre la forma conica ed era costruita con particolari tecniche che solo i maestri pignunai potevano conoscere, le quali venivano usate anche quando si conservava il raccolto nei covoni.

Altra antica usanza era quella di issare sulla cima della focara un ramo di arancio con diversi frutti pendenti (la marangia te papa Peppu), il quale era colto dal giardino di un prete novolese. Con il passare degli anni sono cambiate molte abitudini, tanti costruttori e soprattutto sono cambiate le forme della focara, la quale non si presenta più sotto forma di cono, ma assume sempre forme diverse e molto impegnative. Negli ultimi anni, infatti, sono state costruite focare piramidali, a torta (diversi strati circolari sovrapposti), con la galleria (un tunnel nel centro del falò, in cui il giorno della processione passa anche la statua di S. Antonio Abate), con oblò e pinnacoli.

Per la costruzione di una focara occorrono 100 persone circa abbastanza abili per restare ore in piedi sui pioli delle lunghe scale e passarsi l’uno sull’altro al di sopra della testa i fasci, che poi giunti in cima vengono sistemati perfettamente dal costruttore. Proprio sulla cima, la mattina della Vigilia, viene issata un’artistica bandiera con un’immagine del santo, che successivamente brucia insieme al falò. L’onore dell’accensione della focara spetta al presidente del comitato o al Sindaco, anche se negli ultimi tempi molti sono gli ospiti “illustri” che presenziano la magica sera del 16 gennaio. L’accensione avviene attraverso una batteria – fiaccolata; una volta accesa, la focara arde per tutta la notte tra le migliaia di persone che, tra musica popolare e fumi di arrosti delle bancarelle presenti in piazza, assistono allo splendido spettacolo delle fasciddre, le caratteristiche faville che librano nell’aria creando una “pioggia di fuoco”. Il 17 gennaio, inoltre, tra i novolesi ricorre l’usanza di non ‘ncammarare. Il pranzo è a base di pesce e bisogna astenersi obbligatoriamente dal mangiare carne e latticini. I piatti tipici del giorno sono gnocculi (gnocchi di pasta fatta in casa) in zuppa di baccalà o di pesce, scapece (pesce condito con zafferano, pangrattato e aceto), frutti di mare, pittule, purciddhruzzi e cartiddhrate, dolci delle festività natalizie, tutto accompagnato dal moscato di Novoli.

costruzione della focara                                      Costruzione della focara

I giornali della festa

Il 17 gennaio è anche “il giorno dei numeri unici novolesi”, i giornali umoristici locali, Le Fasciddre te la focara e Sant’Antonio e l’Artieri, i quali sono giunti rispettivamente alla 41a e alla 27a edizione e sono anche fonti di importanti informazioni sul culto, sulle tradizioni, sul folklore e sulla devozione verso il “santo del fuoco”. Il primo numero unico “La Focara” nacque nel 1947 a cura dell’avv. Enzo Ramondini e fu stampato fino al 1957, con la collaborazione di Beppe Valentini e Romeo Franchini. Nel 1949 nacque un altro giornale “Sant’Antoni neusciu” che scomparve anch’esso nel 1957, dopo le polemiche nate tra le redazioni. Nel 1955 fu stampato “Sant’Antonissimo Nuesciu”, un numero straordinario pubblicato per il centenario della festa. Il 1960 fu l’anno de “Lu peurcu te Sant’Antoni nuesciu” redatto da Enzo Rossi, modificato l’anno dopo in “Lu puercu”, per poi scomparire definitivamente. Il 17 gennaio 1962 nacque “La Strascina”, mentre nel 1970 fu stampato solo per un anno “Sant’Antoni, nui…e la focara arde”.

Altri giornali con la stessa sorte furono “Sant’Antoni te lu fuecu” stampato nel 1986, “Lu Teatru Comunale” e “Sant’Antoni e… lu Teatru Comunale”, pubblicati nel 1995 e nel 1996 dall’Associazione Culturale “Il Pozzo”. “Le Fasciddre te la Focara” e “Sant’Antoni e l’Artieri”,quindi, sono gli unici giornali ancora in vita. Il primo fu fondato nel 1963 con direttore – responsabile Vito Pellegrino. Dal 1978, invece, questo giornale fu redatto dal Gruppo Teatrale “La Focara”, che nel 1992 pubblicò “le Fasciddre te la Focara – 30 anni di Satira”, una cronistoria di fatti, storielle e personaggi novolesi dal 1963 al 1992. “Sant’Antoni e l’Artieri”, invece, nacque nel 1977 quando il “comitato festa” fu composto da artigiani; da allora il giornale è stato sempre pubblicato senza interruzioni. Altre pubblicazioni si sono aggiunte a quelle storiche, tra cui La cernia e Lu Furgularu giornali di satira e pettegolezzi locali.

Festa della Vite del Parco del Negroamaro

E’ la manifestazione che  celebra l’inizio della costruzione della “Focara”, quale bene culturale riconosciuto dalla Regione Puglia nel Protocollo d’Intesa. La manifestazione testimonia annualmente la  condivisione di obiettivi pubblico – privati per la promozione del territorio dell’area del Nord Salento, cosìddetta area del “Parco del Negroamaro”. Momenti della manifestazione sono la presenza di tutti i sindaci dei comuni che formano il comprensorio Nord Salento, la presenza degli alunni dell’Istituti Comprensivi del territorio e l’originale elezione del “viticoltore dell’anno”.

festa                          La focara